L’ Eredità

testamentoSono convinto che tutti quanti, chi in prima persona, chi perché conoscono qualcuno che lo è stato, chi per sentito dire, sanno delle vicissitudini conseguenti a un’ eredità. Soprattutto se gli eredi sono molti e soprattutto se mancano quelli legittimi, genitori, figli e nipoti (dei nonni) per capirci. A volte arriva la notizia della morte di un lontano zio, magari pieno di soldi con nessuno al quale lasciare i suoi averi, ed ecco allora accorrere tanti nipotini affranti e speranzosi. Oppure c’è il vecchio nonno da accudire, troppo vecchio per saper amministrare la pensione e il gruzzolo annotato nei libretti in banca. Il suocero che rigirato ben bene va a finire per credere di essere il  padre che non è mai stato.

Si dice che in guerra e in amore tutto sia permesso. Niente in confronto a quello che si farebbe per i soldi. “Mors tua, vita mea” recita una celebre locuzione latina. Con buona pace dei “legami” di sangue e col pensiero rivolto alla “Buon’ Anima” nel momento del trapasso.

L’ Eredità

Porca miseria, el zio Bepi le morto
preparate impressia ch’el ndemo a catar
che no voria che i pensesse che volen farghe un torto

dai che vien tardi, parecia anca i fioi
e par sugarte le lagreme to su dei fazoi

me l’a dito la Gina che la ghe fasea da badante
che par via dei parenti passaria da ignorante

l’era vecio e imbambito ma pien de moneda
messi in banca o ala posta le meio ‘ndar veda

che i sarà tuti in fila come i vampiri
pianzoti busiari e qualche lamento
col pensiero che sconto da qualche parte
ghe sarà de sicuro un testamento

me par de vedarli al funeral
“cielo mai questo, da ‘ndoe vienlo quellà”
i spunta fora come i funghi nel bosco
tuti ala cacia de l’eredità

le proprio vera che finché te si al mondo
gnessun ghe fa caso se te si moro o biondo
gnessun i te domanda come te ste
noi sa mai fato vedar gnanca par un cafè

ma se solo i s’ incorze che ghe spuza de schei
i se presenta de corsa, tuti brai butei
sperando che prima che te tiri ‘na brena
te te ricordi de lori con la carta e la pena

perciò caro mio fin che te pol
godete in barba a tuta sta gente
che quando le ora de far el gran salto
de quel che ghe resta non te porti via gnente

e sbirciar de scondon quelo che i fa
ridendoghe a drio da l’ aldilà

***

(gianfrancomarangoni 14/08/2016)

Impressia: in fretta
Catar : trovare
Parecia: prepara
Imbambito: rimbambito
Tirar ‘na brena: passare a miglior vita
De scondon: di nascosto

Écome qua

19620916_Cadalogo_Gianfranco012“Son da Cadalogo”, così diceva chi abitava in quella via del Comune di Cerea, spersa tra le frazioni di Cherubine e Aselogna, dove un gruppo di vecchie case dava dimora a una comunità di agricoltori. La sono nato, alle nove di un lunedì mattina piovigginoso e freddo e la ho fatto le mie prime conoscenze di quel mondo così naturalmente semplice. Di quei luoghi, tuttavia, non ho molti ricordi. All’età di quattro/cinque anni, mi trasferii con la mia famiglia a Cherubine dove feci le prime amicizie, e dopo qualche anno ci avvicinammo a Cerea (semo ‘nde a star al Giardin) dove ho trascorso il resto della mia infanzia e l’adolescenza. Dopo sposato le vicende della vita mi hanno da prima portato in un altro paese e poi a tornare nuovamente a Cerea dove, con mia moglie e i nostri due figli, abbiamo cambiato più volte casa fino a stabilirci in questa in cui  ora viviamo. Di quel bambino, di oltre cinquant’anni fa, ricordo poco, ma dentro mi è rimasto qualcosa che ogni tanto mi fa tornare alla memoria da dove vengo, le mie origini, così umili quanto ricche di quei valori di semplice umanità che, mi auguro, abbiano fatto di me un uomo con qualche buon principio, come si dice dalle nostre parti “che sta nel mazo, a olte tristo e a olte bon”.

 

Écome  qua
***
Écome qua,
me presento da novo
son nato d’inverno
in Via Cadalogo
*
Nela casa col portego
e un bel fogolaro
col seleze  fora
e par sofito el solaro
*
Coi campi e le vegne
con le galine e con l’orto
dove mi o verto i oci
là, me nono l’e morto
*
Là, dove el Lavegno
el va su a mezogiorno
sentà, coi pie ne l’acqua
me piasea guardarme intorno
*
Son cresù in bicicleta
sul piazal dela cesa
zugando a scondirola
coi compagni de scola
*
E ancora ghe penso
a quando sera buteleto
me rivedo spensierà
a tegner la orlanda  in mezo al prà
*
Coi me zinquant’ani e pas-a
go cambià paesi e case
me son fato ‘na fameia
e go un laoro che me piase
*
Ma me son mai desmentegà
da dove vegno e ci son
son sempre quel da Cadalogo
a olte tristo  e a olte bon.
***
(gianfrancomarangoni 21/04/2016)

Cadalogo è una via di Aselogna, frazione del comune di Cerea
Seleze: cortile, aia
Solaro: solaio
Lavegno: fiume/fosso che passa per Aselogna
Scondirola: nascondino
Buteleto: ragazzino
Orlanda: aquilone
Tristo: inteso come chi sbaglia/ che commette errori

Bigoli e Sardele

Bigoli e sardela

Le tradizioni sono la nostra storia e non devono mai essere dimenticate.

I bigoli sono un piatto tipico veneto che un tempo i contadini preparavano con ingredienti semplici: farina, acqua e sale. Qualche sarda “sciolta” in poco olio e il condimento è pronto. Considerato un piatto magro, sono diventati il piatto tipico dei giorni in cui la tradizione cristiana chiedeva qualche sacrificio in più con il digiuno e l’astinenza (bisogna magnar de magro), come se già non se ne facessero abbastanza, in particolare il Mercoledì delle Ceneri, il Venerdì Santo e la Vigilia di Natale.

Sono passati gli anni e sono cambiati i tempi, l’abbondanza ha preso il posto della carestia ma l’abitudine ha resistito, anche se il significato non è proprio più lo stesso e solitamente ci si alza da una tavola dove digiuno e astinenza non hanno più alcun significato, ma almeno rimane l’occasione per scambiarsi gli auguri, per allungare una mano e dirsi: ”Buon Natale!”

Bigoli e Sardele
**
Ogni Vigilia le sempre de quela
in tola ghe i bigoli con la sardela
*
Messi su come vol la tradizion
senza zontarghe altro gnente de bon
*
Gnente formaio me racomando
bùteli zo, te digo mi quando
*
Da chi du minuti sarò a casa mia
pronto a magnar in compagnia
*
Prepara la tola coi piati più bei
e tira fora el vin bianco che ghe piase ai butei
*
Atenti a le resche che ie fine e le ponze
fense su i manegoti che se no i ne se onze
*
Con ‘na man giro i bigoli intorno al piron
in quel’altra go pronto un bicer de quel bon
*
Mandolato e mostarda par finir el disnar
el cafè nela taza che me fa digerir
guardo fora la nebia con ‘na man in scassela
col gusto in boca dei bigoli con la sardela
**
(gianfrancomarangoni 22/12/2013)

Frumento

grano-e-papaveri

Frumento

Nel campo di giugno
mosso dal vento
guardo rapito
quel mar di frumento

gialla la spiga
si flette nell’onda,
sembra la chioma
di una bambola bionda

col papavero rosso
fiore all’occhiello
o rubino prezioso
sul dorato mantello

In ogni chicco c’è amore
c’è fatica e sudore
di chi lavora la terra
con le braccia e col cuore

di un padre che porta
sulla tavola il pane,
di un marito che torna
da campagne lontane

di una madre che insegna
ai suoi figli sperare,
di una moglie che a sera
accende il focolare

E mentre vanno i ricordi
sento ancora la mano
accarezzare la vita
in un pugno di grano.

***

(gianfrancomarangoni 30/06/2013)

versione dialettale

A Rosanna

Dente di leone

Per molti il Dente di Leone (Tarassaco) è una pianta fastidiosa, altri lo considerano un’erba utile e preziosa.
Tanto forte e resistente, quanto leggeri sono i suoi frutti che si lasciano trasportare dal vento 

A Rosanna

Te ne sei andata così
senza tanto rumore
in punta di piedi
hai salutato col cuore
 

Una notte d’inverno
mentre il sole dormiva
per non disturbare
il nuovo giorno che usciva
 

Un ultimo sguardo
ed un breve sorriso
per mano al calore
custodito e diviso
 

con le persone più care
come gemme preziose
tra quelle più rare
o come semplici rose
 

Mentre l’Anima torna
tra gli amori che ha perso
fuori il giorno si tinge
di un azzurro più terso
 

della Luce Divina
che in quel mentre ha deciso
di tenerti con Sé
lassù nel Paradiso
 

rosa rosa
E' quasi un anno che ci hai lasciati e oggi, 3 gennaio, sarebbe stato il tuo compleanno.
Ti porteremo sempre nei nostri cuori, fiore delicato come le rose che tanto amavi.

 

(gianfrancomarangoni 24/02/2012)
(con la colaborazione e i preziosi consigli di Antonella, mia moglie e sorella di Rosanna)

Sete di …

Sete di …

Ho tanta sete,
ti guardo, lì davanti a me, quieto,
mi colpisce di te appena un alito di vento

Affondo le mie radici
in questa terra generosa e riarsa lambita dalle tue onde,
tenere carezze che si allungano sulle sponde

Quasi ti tocco,
sembri così vicino che la realtà ancor più dura nel mio profondo giace,
come sarebbe immergere le fronde mentre questa sete mi consuma e non mi da pace.

 

(gianfrancomarangoni 26/08/2012)