La Festa de San Zen

Festa paesanaSan Zeno è uno degli otto quartieri di Cerea in cui annualmente si tiene la “festa” promossa e curata dal Comitato locale. E’ senza dubbio l’evento più importane e più impegnativo per i “volonterosi” che in quell’occasione si mettono a disposizione per la buona riuscita della manifestazione. Succede in quel di San Zeno, ma la stesso accade per il quartiere di San Vito o Palesella, oppure Cherubine, Aselogna, Asparetto, Cerea Centro e Cerea Sud. La si chiami “festa” o “sagra”, la sostanza non cambia di molto, se non per la presenza di qualche giostra e qualche bancarella. Tutti quanti però hanno un filo comune: si mangia, si suona e si balla. Insomma ci si diverte, si passa qualche serata in compagnia davanti a un piatto di risotto, “quello buono”, o di salamelle con la polenta che spargono per i capanni il loro profumo stuzzicante. Ma la cosa più importante è l’occasione per molte persone di ritrovarsi, di darsi appuntamento al tavolo come “l’anno scorso”, fare “quatro ciacole” con l’amico che non si vedeva da tempo e, tra un sorriso e una stretta di mano, prendere l’occasione per brindare insieme a questa vita che nel bene o nel male non finisce mai di stupirci.

La Festa de San Zen

Ala Festa de San Zen
Gente che va e gente che ven
Gente che magna polenta e panzeta
E dopo pedala su la bicicleta

Un giro de valzer e uno de tango
Un bicer de vin bianco da gustarse sudando
Tra ‘na ciacola e l’altra soto el tendon
Con ‘na bava de aria da far compassion

Tanti bravi butei che i sa dato da far
Ghe ci tira su i schei e ci fa da magnar
Porta i piati de riso e sparecia le tole
Fin a note macà che le gambe iè mole

Ma oto metar che bela la sodisfazion
Vedar tuta sta gente nel capanon
Che promete, diman de sicuro vegnen
A gòdarse ancora al quartier de San Zen

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(gianfrancomarangoni 20/05/2014)

Pesse d’april

pesce-aprile

C’è poco da dire in merito a questa curiosa ricorrenza che risale probabilmente a prima che venisse adottato il calendario Gregoriano, in coincidenza con i festeggiamenti del Capodanno, tra il 25 marzo e il 1° di aprile. Quello che leggerete di seguito è ispirato ad un fatto realmente accaduto, che mio padre mi raccontò quando ero ancora ragazzino e che mi fa ancora sorridere ogni vota che lo ricordo.
 
 
 
 
 
 
 
 
Pesse d’april

"Varda gh’el Bepi"
da ogni parte se sente
a ogni passo ch’el moe
in mezo ala gente

E lu come el fusse
la star del momento
caminando nol toca
gnanca el cemento

Senza rendarse conto
che tuta la scena
le dovua al cartel
tacà dedrio a la schena

Ancò le giornada
che ogni scherzo è concesso
senza rabiarte
che tanto le istesso

Rideghe sora
tola con stile
su con la vita
le el Pesse d’Aprile

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(gianfrancomarangoni 01/04/2013)
 
 
 

El pegnatin (la magia de ‘na olta)

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Per secoli streghe e stregoni hanno dimorato nella fantasia popolare, alimentando storie stravaganti raccontate nelle sere d’inverno davanti alla luce tremolante e al calore del camino. Da una generazione all’altra rapivano la curiosità e incutevano paura in giovani e bambini, tra il timore reverenziale di chi le raccontava, di chi portava testimonianze di conoscenti e compaesani. Morie inspiegabili che colpivano stalle e pollai al passaggio di “quella vecchia”,  quella da nominare sottovoce, quella che aveva ricevuto la “conoscenza” al capezzale del letto dalla madre che altrimenti non ce l’avrebbe fatta a trapassare. Fiori che appassivano e si seccavano, rituali per individuare la “stria” (strega) e annullare gli effetti dei suoi màlefici. E comunque  c’era anche chi della “magia” ne faceva uso a fin di bene, per procurare guarigioni, sistemare brutte faccende. In tutto questo mondo di buoni e cattivi trovava il suo posto “el pegnatin”, l’esempio di magia popolare più accessibile e meno impegnativa, praticata di tanto in tanto su commissione dalla “maga” meno improbabile del paese.

 
 
 
 
El pegnatin (la magia de ‘na olta)

Là soto el portego
con la grombiala smaria
impeto al fogolaro
se senta la stria

Le parona de l’arte
tramandà ne l’ultima ora
che so mama spetava
par no patir ancora

La gata rufiana
ghe fa compagnia
come la volesse iutarghe
a imbastir la magia

Con el vento che tira
e la piova che casca
brusa fogo stanote
alza la fiama nela borasca

Na zata de galo
e un cuciaro de oio
drento el pegnato
con l’acqua de boio

Na treza de paia
‘nde l’asedo pocià
la raisa segreta
a fetine taià

E dopo un’ ora ch’el boie
tacà soto el camin
le pronto par l’uso
el pegnatin
 

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(gianfrancomarangoni 01/04/2013)
 
da uno spunto di Roberto Bissoli, amico e collega
 
 
per approfondire:

El Polastrel

pollo ruspante

Sono tempi duri, lo sono sempre stati. E ancor di più lo sono per la gente onesta che vuole rimanere tale. Purtroppo la fiducia che si ripone nelle persone con le quali abbiamo a che fare spesso assume l'aspetto dell'ingenuità attraverso la quale impariamo ad essere più attenti nella cura dei nostri affari. "Dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io"; "fidarsi è bene, non fidarsi è meglio"; "pensare male è una brutta cosa però no si sbaglia mai"; e potremmo continuare con molti altri richiami a usare la massima prudenza, che poi non si sa bene se "massima" corrisponda a tanta, molta, di più del solito, eccessiva, … Comunque la si giri la questione rimane sempre la stessa: il pericolo di cedere alle lusinghe di “veri affari”, facili e immediati guadagni, e così via, per poi ritrovarsi inesorabilmente “vittime” di qualche ladro di polli senza scrupoli ed uscirne indecorosamente spennati!
 
El Polastrel

El raspa par natura
de scato el moe la testa
al bego lì pa tera
le pronto a farghe festa

Tuti i sa che in zuca
del posto el ghe ne vanza
ma in fondo ghe interessa
sol che piena sia la panza

E ti, che te lo guardi
te imagini el pegnato
sul fogo la dominica
col brodo apena fato

Eh si, a ben pensarghe
ogni uno el ga el so posto
ghe ci ga’ le teje
e ci finise a rosto

Le meio star atenti
in sto’ mondo de leoni
guardarse dai cativi
e da quei che i te par boni

Parchè se te t’incanti
l’è proprio un bel disastro
ris-ciar, come se dise
de far la fine del polastro

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pollo in tegame
 
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(gianfrancomarangoni 31/12/2006)

San Martin

La leggenda di San Martino, il cavaliere che divise il suo mantello con un mendicante che non aveva di che ripararsi dalla pioggia e dal freddo, la conosciamo tutti. Nominato vescovo di Tours, in Francia, morì a Candes nel 397 e da allora è uno dei santi più venerati, al quale sono state dedicate chiese e intitolati paesi. La festa dell’11 novembre, nata come celebrazione religiosa, nel corso del tempo ha assunto un significato ben diverso, in particolare per il mondo contadino. In quel giorno infatti scadevano i contratti agrari e finiva quindi l’anno di lavoro per i tanti contadini che lavoravano le terre in affitto. Così prima di partire in cerca di un nuovo lavoro e un di nuovo alloggio si faceva una festa con il maiale che veniva macellato proprio in quei giorni insolitamente miti e si assaggiava il vino nuovo accompagnato da castagne, patate dolci e altri dolci tipici. Ai giorni nostri tutto ciò che ne è rimasto è un evento enogastronomico arricchito da qualche festa popolare. Tuttavia nel mio immaginario trovano sempre posto le scene di vita di quel mondo povero e difficile ma semplice e pieno di calore.
 
San Martin
 
Preparemose la fiasca
che ariva San Martin
tra ‘na sperà de sol e ‘na borasca
con le castagne e col bon vin

Anca st’ano le za qua
su la porta de l’inverno
sia ben messo o malcunzà
ringraziemo el Padreterno

Che de vedarse le gran belo
sopratuto in compagnia
intorno al taolo col novelo
e maroni coti in alegria

E fa gnente se a pelarli
te te scoti i polpastrei
al pensiero de magnarli
te te lecaresi i diei

Le ‘na festa a sta baraca
che te lasci da chi a poco
porta via la schena straca
le el destin de ogni pitoco

Altre tere le te speta
altre boti par el vin
parchè sia ancora festa
quando ariva San Martin

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(gianfrancomarangoni 11/11/2012)
 
 
 

El fogazin

Era domenica, e dalla tavola un profumo dolce si disperdeva in tutta la cucina che costituiva la stanza in cui si viveva per la maggior parte del tempo, anche perché era l’unica che godeva del poco tepore che emanava la stufa o il focolare tenuto vivo dalla legna raccolta lungo i fossi. “El fogazin” era pronto. Il dolce fatto con ingredienti poveri, atteso da grandi e piccini, fra non molto sarebbe stato un momento di festa nel giorno più bello della settimana. Tutti sarebbero stati presenti, tutti uniti. Tutti grati alla Divina Provvidenza. Ma attenzione, bisogna essere parsimoniosi:  “el fogazin” non va  mangiato tutto in un colpo, bisogna “tegner da conto”!



El fogazin

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Soto la zendar del fogolaro
quacià dale brase del vecio camin
fin che le done le cura i radeci
pian pian se cusina el fogazin
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Lievito e scorza gratà de limon
acqua e farina, zucaro e ovi
impastè con l’amor dele man dela sposa
iè i soli ingredienti che drento te trovi
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I buteleti mezi ingranfii
al calar dela sera de corsa i va in casa
e sempre i ghe spera de catar la sorpresa
ecoli lì a testa alta che i snasa
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E i pensa “che belo catarse in fameia”
quando dorato l’è in mezo ala tola
tra una fetina e un bicer de acqua e vin
magari ghe scapa anca la fola
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La fa festa con poco sta povera gente
quel poco che basta, un po’ più de gnente
intorno ala tola tuti vizin
come le fete del fogazin
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(gianfrancomarangoni 04/10/2012)