Soffia vento forte


Come un Pierrot
Se potessi vincere
il dolore e la tristezza
soltanto col sorriso
o solo una carezza
Smorzare in un abbraccio
l’angoscia e la paura
infondere coraggio
per una notte meno oscura
Avvicinarmi e prendere
altre mani tra le mie
pensare che nel mondo
sono più le verità delle bugie
Far rinascere il sorriso
dove prima c’era il pianto
regalare qualche lacrima
al Pierrot che mi sta accanto
Su una guancia la “preziosa”
sull’altra quella disegnata,
è tempo di rifare il trucco
per la prossima giornata
***
(gianfrancomarangoni 14/11/2019)

Equinozio d’Autunno
Tanto al giorno
Tanto alla notte
Tanto alle tenebre
Tanto alla luce
Nell’ animo mio
si prendono a botte
il rancore, l’ira
l’armonia e la pace
Non che tutto ciò
mi sia di gran sorpresa
dal momento che mai mi illudo
sia una partita chiusa
Niente mi appaga
né bene né male si fan sentire
nell’ apatico silenzio
il mondo sembra via, via svanire
Solo le foglie gialle
mi sollevano un istante
poi di nuovo il grigio
poi di nuovo il niente
Equinozio del tanto atteso Autunno
due metà com’è diviso il cuore
Tanto di ricercata gioia
Tanto di ricercato dolore
Tanto di rabbia
Tanto di amore
***
(gianfrancomarangoni 23/09/2019)

Significato di alcuni termini caratteristici del dialetto ceretano
Lesene: ascelle
Stofego: afa
Quanto ch’el cioca: quanto picchia (il sole)
Selese: cortile di mattoni, aia
La vita è l’insieme delle nostre esperienze e di ciò che di queste resta nei nostri ricordi. Situazioni da riassumere in un libro o in una canzone o in una poesia. A volte meravigliose, a volte drammatiche.
Io mi ritengo fortunato e a sessant’anni compiuti, se mi fermo a guardare cosa è stata la mia vita, mi sento di dire grazie, per tutto quello che mi ha donato, per il bene che ho ricevuto e anche per le difficoltà da cui ho imparato tanto. Ho voluto iniziare così questa poesia, con la frase di una celebre canzone di Gabriella Ferri “Grazie alla vita che mi ha dato tanto”, e pensare che al futuro c’è ancora spazio per guardare con un po’ di serenità.
Sessanta Inverni
“Grazie alla Vita
che mi ha dato tanto”
Per quanto l’ho vissuta
ho riso, amato e pianto
Pianto di gioia
pianto d’amore
pianto di rabbia
e pianto di dolore
Sono cresciuto in fretta
un po’ poeta e un po’ artigiano
ci ho sempre messo il cuore
ancora prima della mano
Ho contato anch’ io le stelle
e ho espresso mille desideri
Sono stato spesso solo
pochi amici ma sinceri
Ho visto il cielo azzurro
E il buio dentro il pozzo
Mi sono perso e ritrovato
rimesso assieme pezzo dopo pezzo
Grazie alle persone
che di me han parlato bene
e grazie anche a chi
non ne vuole più sapere
Alla compagna mia di sempre
che mi conosce più di me
mi ha dato i beni più preziosi
e il meglio che ha di sé
Grazie alla Vita
per quanta ne avrò ancora
fosse poca o fosse tanta
la vivrò ora per ora
La vivrò come mi viene
con gli occhi aperti senza catene
riempiendo le pagine dei miei quaderni
partendo da qui, dai miei sessanta inverni
***
(gianfrancomarangoni 28/02/2019)
Come d’impeto il torrente
Scende a valle giù dal monte
Di forza sui pedali avanza
Sprezzante del sudore il Conte
Sfoggia i mascolini baffi
E nobiltà dei sentimenti
Scorre nelle vene il sangue
Caldo di carboni ardenti
Dalla penna ciò che detta il cuore
Inspirato dalla Musa stessa
Sulle pagine del diario dedica
Poesie alla sua Principessa
”Amor che a nullo amato amar perdona”
Scrisse un dì il Poeta
Infonde tenacia al Conte
Per raggiungere la sua meta
E come a un manicaretto
Frutto di dovizia e cura
Il palato al fin s’arrende
In seno alla fragranza pura
Così china la testa o Conte
E che vittoria gridi Amore
O torna sulla bicicletta
A impregnar la schiena di sudore.
***
(gianfrancomarangoni 05/02/2018)
Novembre mio
Non è questo Novembre
quello che mi aspettavo
cerco la quiete
e mi rimane la sete
Non è Novembre
come lo immaginavo
col tepore d’autunno
e troppa luce d’intorno
La campagna smarrita
si risveglia sorpresa
mentre un alito umido sale
dalla terra scaldata dal sole
La nebbia sparita
già di prima mattina
non cela più alcun mistero
illusione di scernere il falso dal vero
Sui fili d’erba la bruma
alle prime ore del giorno
solo quella un istante mi fa ricordare
che è tempo d’inverno e di focolare
Ma oggi, oggi che piove
oggi che il vento disperde le foglie
oggi è il Novembre che più mi assomiglia
l’anima inquieta ritrova la pace
tra le gocce cadute
sopra il mondo che tace.
***
(gianfrancomarangoni 23/11/2017)
E’ qualcosa di innato, contenuto nel DNA e appena capita l’occasione ecco che ci scappa il più sonoro “lo avevo previsto”, “te l’avevo detto, io”, ecc, ecc. E’ la sindrome del “professore”, quello che sa come si fa a stare al mondo e quando si tratta di dare consigli non lo batte nessuno. Ma attenzione, spesso è anche quello che dice tutto e il contrario di tutto, così non sbaglia mai.
Te l’avea dito! (mi)
Ma si, te l’avea dito
che un gobo le mia drito
Se no piove pol far belo
t’avea dito anca quelo
Go ‘na testa da paura
le da torghe la misura
Qualsiasi roba diga
capitarà senza fadiga
E no sbaglio proprio gnente
son el più furbo fra la gente
Che la crede de ciavarme
ma so mi come salvarme
Che ogni cristian che vie da fora
lo squadro ben da soto a sora
Cossì se capita un sinistro
posso dir con un zerto lustro
Che gavea tuto previsto
l’avea dito e visto giusto
E anca sta olta finirà
che se no le supa le pan bagnà
***
(gianfrancomarangoni 13/10/2017)
Prima sera d’estate, il merlo
Fermo su di un ramo dell’albero, il più alto
all’imbrunire riempi l’aria del tuo canto
quando gli ultimi raggi colorano di rosa
le nubi che il cielo avvolgono come il velo la sposa
nella quiete sera rimango ad ascoltare
il suono dei tuoi versi tra i grilli e le cicale
danzano le ombre contro i muri nell’ora vespertina
mosse da una brezza leggera come musica per la ballerina
risuona il cigolio improvviso di una finestra vecchia
sta una mamma con il bimbo sulle sue ginocchia
il colore del glicine, il profumo del tiglio
i fiori di campo nel rituale sbadiglio
un padre racconta consumate storie di eroi
della luna ad oriente che sa tutto di noi
un ricordo mi sfiora mentre guardo lontano
la scia che scompare di un aeroplano
quando steso su un prato con aria curiosa
cercavo la stella più luminosa
poi di nuovo il tuo canto mi riporta al presente
mentre il sole scompare in fondo al cielo a ponente
e così si consuma l’ennesimo giorno
ti saluto con un fischio mentre faccio ritorno
dentro casa alla stanza col focolare
e una finestra coi fiori da dove guardare
il mondo che andrà un po’ alla volta a dormire
e un nuovo giorno arrivare tutto da scoprire.
**
(gianfrancomarangoni 11/06/2017)
Chi non ricorda l’ultima “puntura”? Grandi e grossi, giovani o vecchi, per tutti è una visione traumatica. E non meno dura è la vita di chi le punture le deve fare, inventando ogni volta nuovi stratagemmi sempre meno convincenti per i proprietari delle povere natiche bersaglio delle famigerate siringhe.
La Puntura
Fermate li, non sta verghe paura
smola le ciape che te fao la puntura
Ghe meto un secondo, le un colpo de man
cossì te si a posto fin a doman
Cossa oto che sia, la ucia le fina
se te fe el brao te dao ‘na mentina
***
Da na parte o da l’altra poco ghe conta
struco i denti e anca i oci quando sento la ponta
Spero che almanco la man no la trema
che non me toca impenir la culata de crema
par evitar che vegna fora un duron,
me par za de sentirlo grosso come un molon
Gheto finio? Manco mal le passà
dopo te conto come le stà
Fe presto a ridar, a torme in giro vualtri
ma fao el figo anca mi col cul de chialtri !
***
(gianfrancomarangoni 04/05/2017)