San Martin
che ariva San Martin
tra ‘na sperà de sol e ‘na borasca
con le castagne e col bon vin
Anca st’ano le za qua
su la porta de l’inverno
sia ben messo o malcunzà
ringraziemo el Padreterno
Che de vedarse le gran belo
sopratuto in compagnia
intorno al taolo col novelo
e maroni coti in alegria
E fa gnente se a pelarli
te te scoti i polpastrei
al pensiero de magnarli
te te lecaresi i diei
Le ‘na festa a sta baraca
che te lasci da chi a poco
porta via la schena straca
le el destin de ogni pitoco
Altre tere le te speta
altre boti par el vin
parchè sia ancora festa
quando ariva San Martin
Dal Malleus Maleficarum ad Halloween
Il lago a sera
Nel silenzio dell’imminente sera
si sentiva soltanto il rumore dell’acqua
che accarezzava gli scafi delle barche addormentate
e nell’ombra tenue delle nuvole stratiformi
i gabbiani volavano sfiorando le onde
mosse da un alito di vento
Uno spicchio di luna si intravedeva nel cielo
appena rischiarato dalla luce rimasta
pochi istanti prima del crepuscolo
e già nascosto oltre l’altra sponda,
il sole dipingeva di rosso l’orizzonte,
interrotto a tratti dalla scia di un aeroplano
(gianfrancomarangoni 21/10/2012)
Barche in letargo
El fogazin
Era domenica, e dalla tavola un profumo dolce si disperdeva in tutta la cucina che costituiva la stanza in cui si viveva per la maggior parte del tempo, anche perché era l’unica che godeva del poco tepore che emanava la stufa o il focolare tenuto vivo dalla legna raccolta lungo i fossi. “El fogazin” era pronto. Il dolce fatto con ingredienti poveri, atteso da grandi e piccini, fra non molto sarebbe stato un momento di festa nel giorno più bello della settimana. Tutti sarebbero stati presenti, tutti uniti. Tutti grati alla Divina Provvidenza. Ma attenzione, bisogna essere parsimoniosi: “el fogazin” non va mangiato tutto in un colpo, bisogna “tegner da conto”!
El fogazin
**
Soto la zendar del fogolaro
quacià dale brase del vecio camin
fin che le done le cura i radeci
pian pian se cusina el fogazin
**
Lievito e scorza gratà de limon
acqua e farina, zucaro e ovi
impastè con l’amor dele man dela sposa
iè i soli ingredienti che drento te trovi
**
I buteleti mezi ingranfii
al calar dela sera de corsa i va in casa
e sempre i ghe spera de catar la sorpresa
ecoli lì a testa alta che i snasa
**
E i pensa “che belo catarse in fameia”
quando dorato l’è in mezo ala tola
tra una fetina e un bicer de acqua e vin
magari ghe scapa anca la fola
**
La fa festa con poco sta povera gente
quel poco che basta, un po’ più de gnente
intorno ala tola tuti vizin
come le fete del fogazin
***
(gianfrancomarangoni 04/10/2012)
Sete di …
Sete di …
Ho tanta sete,
ti guardo, lì davanti a me, quieto,
mi colpisce di te appena un alito di vento
Affondo le mie radici
in questa terra generosa e riarsa lambita dalle tue onde,
tenere carezze che si allungano sulle sponde
Quasi ti tocco,
sembri così vicino che la realtà ancor più dura nel mio profondo giace,
come sarebbe immergere le fronde mentre questa sete mi consuma e non mi da pace.
(gianfrancomarangoni 26/08/2012)
Madre Terra

Madre Terra
Nei tuoi colori perdo lo sguardo
Nel giallo del grano, nel verde dei monti
Nell’arcobaleno dei prati fioriti
Nel sole rosso di una sera d’estate
Nelle foglie d’autunno
Nel bianco d’inverno come candida veste
Dei tuoi profumi riempio il respiro
Del muschio dei boschi, della pioggia che scroscia
Dell’uva matura che fermenta nei tini
Del pane fragrante nelle tavole in festa
Dei frutti maturi, dei giardini di rose
Dei tigli maestosi delle vie di paese
Ascolto:
Il rumore del mare e dell’acqua che scorre
di un torrente montano che la meta rincorre
Il silenzio incantato di una notte stellata
con il grillo che intona la sua serenata
Sulle fronde degli alberi mossi dal vento
il canto dei passeri,
eppure si ode un lamento
Poiché di te, Madre nostra, l’uomo ha perso il rispetto
con tiranna superbia incoronatosi re
sul tuo grembo ha regnato soggiogandoti a sé
E ti senti tradita, in fondo al cuore ferita
derubata ed offesa eppur non smetti di amare
fai feconda la terra con lacrime chiare
Prima che il mondo ponga fine a se stesso
mostragli, o Madre, tutto ciò che si è perso
Un cielo rosso al tramonto che catturi la scena
mostra a quest’uomo ancora un’alba serena
Nell’imminente risveglio che si spera vi sia
per far parte del Tutto in rinnovata armonia
(gianfrancomarangoni 17/08/2012)
E’ nella crisi che emerge il meglio di ognuno di noi
Il pericolo è che oramai non faccia neanche più notizia, tanto ci siamo abituati a sentirne parlare, quasi convinti, o meglio rassegnati, che la situazione non possa altro che peggiorare. Crisi è una delle parole che va per la maggiore. C’è la crisi dei consumi, la crisi del lavoro, la crisi di liquidità, la crisi delle banche, la crisi del governo, la crisi della sanità, e così via. Tanto che siamo entrati in crisi, con noi stessi, perché questo stillicidio continuo di notizie allarmanti ci ha prima spavenati, poi frastornati, quindi sopraffatti, facendoci scordare che in ognuno di noi c’è una fonte di energia, la stessa alla quale l’uomo ha fatto ricorso nei momenti peggiori della sua storia. E a dirlo, molto tempo prima di me, è stato un tizio coi baffi che faceva Albert di nome e Einstein di cognome.
“Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorgono l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere ‘superato’. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e da più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è la crisi dell’incompetenza. L’inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie d’uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. E’ nella crisi che emerge il meglio di ognuno di noi, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non volere lottare per superarla.”
Albert Einstein “Il mondo come io lo vedo” (1931)
Carinzia: Pyramidenkogel e Grotte dell’Obir
La Pyramidenkogel è una torre che raggiunge l’altezza di 54 metri, dotata di 3 piattaforme per una superficie totale di ca. 250 mq. La prima piattaforma, a 43 metri di altezza, viene raggiunta in 24 secondi con un moderno ascensore alla velocità di 1,7 m/sec. Ultimata nel 1968 dopo due anni di lavoro, è situata sulla sommità di un monte a 851 m. di altitudine nei pressi di Maria Wörth e offre una visuale unica del paesaggio circostante: il lago Wörther, la valle dei laghi Keutschacher, i monti Caravanchi e gli Alti Tauri. Peccato che la foschia ci abbia impedito di ottenere delle foto ben nitide, ma andare fin lassù ne è valsa decisamente la pena. Comunque ci siamo rifatti fermandoci a pranzo in un ristorantino sul lago Keutschacher coi tavoli disposti su una piattaforma in legno costruita proprio sopra il lago. Molto suggestivo e anche molto romantico. Ottima anche la cucina.
Non meno affascinanti, le Grotte dell’Obir (Obir-Tropfsteinhöhlen) sono una meraviglia naturale della Carinzia. Per arrivarci occorre prendere l’autobus a Bad Eisenkappel, cittadina che si trova nella parte meridionale dell’Austria, quasi al confine con la Slovenia, nota per il centro termale alimentato da sorgenti minerali naturali, e in una ventina di minuti, percorrendo stradine strette e piene di curve, si raggiunge l’entrata delle grotte (complimenti all’autista!). Queste cavità naturali hanno un’età geologica di 200 milioni di anni, un incantevole tragitto di 800 metri che cattura l’attenzione ovunque si giri lo sguardo. Complimenti anche alla guida che ci ha accompagnati con informazioni e curiosità per tutte le varie tappe del percorso. Alla fine ci ha fatto presente che la temperatura è di +8 gradi costanti, che le stalattiti ci impiegano un milione di anni per crescere di un centimetro, che siamo scesi fino a 70 metri di profondità rispetto al suolo della montagna e che fra salite e discese abbiamo fatto circa 700 gradini. Per forza avevamo fame! Con gli ultimi due panini rimediati nel bar locale abbiamo brillantemente superata anche questa prova. Purtroppo ci è stato permesso di fare solo una foto, pertanto tre di quelle che vedete qui pubblicate sono state scaricate dal web.
Per saperne di più
















